Quando il momento del pasto diventa difficile

In molti bambini con Disturbo dello Spettro Autistico il cibo non è un problema di “capriccio”, ma di sensibilità sensoriale, prevedibilità e fatica nel tollerare cambiamenti. Odori, consistenze, temperature e perfino il colore dei cibi possono rendere il pasto stressante.

La selettività alimentare è frequente e può portare a diete molto ristrette, con rischio di carenze nutrizionali, tensioni familiari e rifiuto dei pasti in contesti diversi da casa.

Cosa osservare con attenzione

  • Accetta solo pochi alimenti, spesso della stessa marca o consistenza.
  • Rifiuta cibi nuovi o mescolati tra loro.
  • Ha nausea, conati o forte disagio davanti a certi odori.
  • Preferisce cibi croccanti, lisci o sempre uguali.
  • Si irrigidisce se cambia il piatto, il bicchiere o la routine del pasto.

Annotare per una o due settimane cosa mangia, in quali momenti e con quali reazioni aiuta molto il pediatra e i professionisti coinvolti.

Le strategie che funzionano meglio

Le evidenze suggeriscono approcci graduali, non coercitivi e basati sulla tolleranza progressiva. Forzare, premiare in modo rigido o insistere perché “assaggi per forza” spesso peggiora il rifiuto.

1. Ridurre la pressione

Il bambino deve sentirsi al sicuro. Meglio proporre piccoli passi: guardare il cibo, toccarlo, annusarlo, avvicinarlo alle labbra, poi assaggiarlo se se la sente. Anche questo è progresso.

2. Usare una routine prevedibile

Stessi orari, stesso posto, pochi cambiamenti alla volta. Una sequenza visiva semplice può aiutare: lavare le mani, sedersi, bere, assaggiare, finire il pasto.

3. Lavorare per somiglianza

Partire da cibi già accettati e modificare un solo dettaglio alla volta: forma, temperatura o marca. Se il bambino mangia cracker croccanti, si può provare un cracker diverso ma simile, senza cambiare tutto insieme.

4. Collaborare con i professionisti giusti

Un percorso utile può includere:

  • pediatra, per valutare crescita e possibili carenze;
  • dietista o nutrizionista pediatrico, per rendere la dieta più varia senza stress;
  • terapia occupazionale, se emergono difficoltà sensoriali;
  • logopedista, quando il problema coinvolge masticazione, deglutizione o avversione orale;
  • psicologo o terapista ABA/ESDM, per costruire esposizioni graduali e obiettivi concreti.

Come aiutare a casa, senza trasformare il pasto in una battaglia

Un obiettivo realistico non è “mangiare di tutto”, ma ampliare lentamente la tolleranza alimentare. Ecco cosa può fare un genitore:

  1. Offrire sempre un alimento sicuro insieme a uno nuovo, in quantità piccola.
  2. Non usare il cibo come punizione o ricompensa principale.
  3. Accettare che l’odore, il contatto o il semplice stare vicino al nuovo alimento siano già un passo.
  4. Tenere un diario dei progressi, anche minimi.
  5. Coinvolgere il bambino nella preparazione: mescolare, lavare, impiattare.

Se il bambino tollera meglio i cibi quando è meno affamato o meno stanco, può essere utile scegliere il momento della giornata più favorevole e evitare di proporre novità nei periodi di forte stress.

Quando chiedere una valutazione

È opportuno parlarne con il pediatra se il bambino perde peso, cresce poco, mangia pochissimi alimenti, vomita spesso, ha stipsi importante o mostra un disagio intenso a ogni pasto. In questi casi può servire una valutazione multidisciplinare, anche per escludere problemi gastrointestinali o nutrizionali.

Nei percorsi di diagnosi e presa in carico del Disturbo dello Spettro Autistico, il Piano Assistenziale Individualizzato e il lavoro con i servizi territoriali possono aiutare a definire obiettivi concreti, compresi quelli legati all’alimentazione.

Un obiettivo realistico: meno paura, più fiducia

Con l’autismo, il cambiamento funziona meglio se è graduale, prevedibile e rispettoso dei tempi del bambino. Anche piccoli passi, come tollerare un nuovo alimento nel piatto o toccarlo con un cucchiaino, possono aprire la strada a progressi più grandi.

Se il tema è importante nella vostra famiglia, rivolgetevi al pediatra, ai centri per l’età evolutiva e alle associazioni di riferimento come ANGSA o le risorse dell’Istituto Superiore di Sanità. Con un percorso personalizzato e supporti adeguati, la tavola può tornare a essere un momento più sereno per tutti.

Di trgtkls

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